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La questione della parità di genere è oggi al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, tanto da essere al quinto punto dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Il tema tocca molti ambiti e non risparmia il mondo della scienza e della ricerca, dove persiste un gap tra donne e uomini in termini di occupazione, retribuzione e possibilità di carriera. Ne abbiamo parlato con Sveva Avveduto, ricercatrice emerita e già dirigente dell’'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr, che svolge attività nell'area della politica scientifica con particolare riguardo agli studi sulle risorse umane per la ricerca, le questioni di genere e gli aspetti sociali della tecnologia. Per l’occasione la dottoressa Avveduto ci ha anche raccontato qualcosa di sé e del suo percorso da ricercatrice.

ospite donoreDottoressa Avveduto, Lei è Presidente di Donne e Scienza, l’associazione che promuove, attraverso la ricerca e la riflessione, la partecipazione delle donne alla ricerca scientifica. Che significa per Lei ricoprire questo ruolo e quali obiettivi vorrebbe raggiungere?

Essere Presidente dell’associazione Donne e Scienza per me è un grande onore e una bella responsabilità, quella di guidare un gruppo di donne molto eterogeneo composto da scienziate, ricercatrici, giornaliste ma anche docenti e studentesse, per realizzare una serie di progetti e obiettivi comuni, alcuni più accessibili, altri maggiormente ambiziosi. L’associazione lavora per promuovere l'ingresso delle donne nella ricerca scientifica, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Per far ciò ci muoviamo in diverse direzioni, in primis attraverso una analisi di genere svolta mediante la raccolta di materiale documentale. Questo al fine di avere una fotografia della situazione delle donne attive nella ricerca scientifica e delle normative adottate. La nostra azione è poi volta a costruire una rete italiana dove siano favoriti lo scambio di informazioni di progetti e iniziative su scala nazionale e internazionale. Come associazione, Donne e Scienza è tra le fondatrici della Piattaforma Europea delle Donne Scienziate - European Platform of Women Scientists, nata al fine di favorire lo scambio di opinioni, esperienze e migliori pratiche relativamente alle misure e politiche elaborate e attuate a livello locale, regionale, nazionale ed europeo, in grado di incoraggiare la partecipazione delle donne alle carriere scientifiche e alla ricerca. Partecipiamo inoltre a diversi progetti europei, anche in veste di esperte e organizziamo iniziative di vario genere per approfondire e diffondere le conoscenze nei vari aspetti inerenti alla nostra attività. Infine collaboriamo con altre associazioni dalle finalità analoghe, così come con università, enti di ricerca, enti locali e scuole. L’obiettivo più ambizioso, a lungo termine, è quello di fare in modo che la nostra attività e la nostra rete riescano a modificare dall'interno le istituzioni e che la nostra analisi critica della società contemporanea rispetto alle disuguaglianze di genere riesca a sradicare i pregiudizi che ancora permangono al loro interno.

Le materie dell’area STEM sono “culturalmente” ritenute poco femminili? Si è mai chiesta il perché di questo giudizio sociale ed il suo forte radicamento?

Questo è uno dei tanti pregiudizi dalle radici molto antiche. In passato c'era chi teorizzava che le donne non fossero adatte a occuparsi di scienze e agli inizi del 1900 in molti paesi europei era precluso, alle ragazze, l'accesso all'università e quindi le donne erano automaticamente escluse dall'impresa scientifica. Solo 15 anni fa, inoltre, l’allora rettore dell'università di Harvard, Lawrence Summers, disse che gli uomini superano le donne nelle materie scientifiche a causa delle differenze genetiche e che la discriminazione non è un ostacolo nelle carriere. Tale affermazione suscitò molto scalpore e portò alle sue dimissioni ma è facile comprendere come con tali premesse questi stereotipi viaggino felici e tranquilli tra le famiglie, le scuole, i posti di lavoro e a volte comportano che siano le stesse donne ad autoconvincersi di non potercela fare ad intraprendere studi scientifici perché troppo difficili, non reputandosi all'altezza. Spesso queste donne ripiegano poi su attività più “femminili” come quelle relative alle materie umanistiche e i lavori di cura. Questi stereotipi a volte sono impliciti e anche per questo sono duri da combattere. Non dimentichiamo infine i media che veicolano un certo stereotipo di donna… tutto questo mix contribuisce a mantenere questa ricchezza, ahimè triste, di pregiudizi sulle donne nella scienza.

Perché ha scelto di diventare una ricercatrice?

Ho compiuto degli studi universitari molto felici, ho frequentato la Sapienza dove ho incontrato una serie di docenti veramente eccellenti, mi sono laureata con il Professor Agostino Lombardo e ho avuto come docente di facoltà la Professoressa Laura Caretti. Ero immersa in un clima partecipativo e di condivisione e in una facoltà umanistica come quella che frequentavo studiare e fare era un po’ un tutt’uno. Fare voleva dire sperimentare nuove forme di apprendimento e di didattica e, ripensandoci, è proprio lì che è nata la mia passione per la ricerca, passione nutrita da ore e ore passate nelle biblioteche o in viaggio. Ecco, la mia scelta è stata il frutto di un mix fortunato di esperienze e occasioni.

Come è stata la sua esperienza di “donna ricercatrice”? 

Devo dire che è stata sì altalenante ma complessivamente felice. Quando ho iniziato a lavorare il tempo del precariato durava lo spazio di una borsa di studio o poco più, poi si aveva la possibilità di venire assunti, ben al di sotto dei 30 anni, cosa che oggi sembra impossibile. Le varie tappe della mia carriera da ricercatorice a dirigente e poi direttrice dell'Istituto hanno incontrato momenti di accelerazione e decelerazione però complessivamente la vita professionale è stata estremamente ricca e mi ha consentito di lavorare a contatto con una molteplicità di ricercatori di diversi Paesi. Sono stata per molti anni delegata al Comitato della politica scientifica e tecnologica dell’Ocse e ho partecipato come responsabile italiana a progetti Unesco ed europei, come Horizon 2020. Questo circolo internazionale mi ha dato sicuramente delle grandi possibilità e soddisfazioni, quindi il bilancio è sicuramente positivo.

Ha qualche aneddoto da raccontarci?

Di aneddoti in una carriera lunga ce ne sarebbero tanti, soprattutto per quanto riguarda i viaggi all'estero e i contatti con culture e atteggiamenti diversi. Un fatto particolarmente divertente avvenne quando agli inizi della mia carriera da ricercatrice fui mandata al centro di ricerche Fiat per discutere un progetto inerente alla collaborazione fra università e imprese e per raccogliere dei dati. Accadde che comunicarono il nominativo del collega che mi accompagnava in maniera errata e il suo cognome era simile a quello di un personaggio noto nell’ambiente. Bene, ci vennero a prendere in aeroporto e ci accolsero con tutti gli onori pensando fossimo due personalità del CNR. Solo dopo si resero conto del fraintendimento e con un certo imbarazzo reciproco chiesero se il nostro capo fosse in arrivo. Dopo un momento di gelo ci chiarimmo e il resto della visita andò per il meglio. È stato divertente esser passati per dei “pezzi grossi”.

C’è una persona o un personaggio in particolare che l’ha ispirata nella vita professionale?

Una persona determinante nella mia vita professionale è stato sicuramente il Professor Paolo Bisogno, che purtroppo ci ha lasciati nel 1999. Bisogno è stato mio Maestro nella ricerca dandomi esempio e motivazione: era direttore dell’istituto per cui avevo iniziato a lavorare al CNR e ha creduto in me, mi ha lanciata in alto mare quando a mala pena credevo di saper restare a galla, coinvolgendomi anche in progetti internazionali. Lavoravo sotto la sua guida ma ben presto iniziò a mandarmi da sola, anche per rappresentarlo. Ecco, uno dei suoi mantra era “Signora, ognuno è direttore di sé stesso” e me lo ripeteva spesso. Al tempo questa espressione mi dava un po’ l’idea di esser lasciati soli a sé stessi ma oggi capisco che era una maniera per insegnarmi a nuotare senza farmi indugiare sul bagnasciuga, buttandomi direttamente nel mare. Per me è stata una persona veramente importante, mi ha lasciato moltissimo. 

Il Premio Nobel in fisica, chimica e medicina, in 100 anni, è stato assegnato solo a 20 donne su 607 premiati. Lise Meitner, prima ad aver dato la spiegazione teorica della fissione nucleare e nominata per 48 volte, non lo ha mai conseguito. Come spiega queste valutazioni a livelli altissimi eppure così palesemente discriminatorie? 

Sicuramente qui vale tutta la parte sugli stereotipi di cui ho già parlato a cui si somma una ulteriore distorsione che è quella del “gruppo dei pari”, ovvero quella che avviene quando in fase di selezione si scelgono i propri simili o quello che potremmo chiamare l’old boys network. Ecco che in comitati con una maggiore componente maschile la scelta ricadrà più facilmente sugli uomini. In questo contesto le donne spesso sono viste come un elemento accessorio, a volte di disturbo. Come Lise Meitner ce ne sono state tante, un esempio ecaltante è Rosalind Franklin. Purtroppo nella storia sono tanti i casi di Nobel mancati di questo tipo.

Un esempio di pregiudizio di genere è riportato dall’esperimento sociale, pubblicato nel 2012, dei curriculum vitae di “John e Jennifer”: davanti a due candidati identici la scelta ricade più spesso sull’uomo, perché ritenuto più competente e anche le retribuzioni, a parità di responsabilità, sono maggiori per i maschi. Secondo lei oggi qualcosa è cambiato per Jennifer?

Temo poco. Cominciando dalle retribuzioni, oggi permangono le differenze di stipendio tra donne e uomini con lo stesso livello di inquadramento e anche la scelta in sede di colloquio che cade più spesso sui candidati uomini è ancora una realtà in molti contesti. C’è ancora questa tendenza ad attribuire agli uomini maggiori competenze e poi ci sono i timori legati ad eventuali maternità delle lavoratrici. Fortunatamente non è sempre così e ne sono testimone con la mia esperienza: mi sono trovata molte volte a lavorare all’interno di commissioni di concorso al CNR e personalmente ho sempre visto applicare criteri di merito e non di genere. 

Nei paesi scandinavi il sistema delle quote rosa, introdotto circa trent’anni fa, ha determinato con il tempo un “naturale” accoglimento sociale del ruolo delle donne nella vita politica. Come vede questo “esperimento politico”?

Vedo questo esperimento politico molto favorevolmente, anche se devo dire che qualche anno fa ero contraria alle quote rosa. Al tempo tale strumento mi sembrava una sorta di recinto per “salvare i panda”, tuttavia mi sono ricreduta perché ci vorrebbero dei decenni prima di vedere messe in atto le iniziative spontanee, bisognava quindi accelerare l’evoluzione naturale del tempo. Le quote rosa, così come una certa attenzione al linguaggio, aprono la strada ad una accettazione più veloce e a una maggiore comprensione della normalità dell’equilibrio di genere. Un esempio: all'inizio le parole “ministra” o “sindaca” suonavano cacofoniche ma nel giro di pochi mesi ci siamo abituati e ci sembra che ci siano sempre state. Un dato per capire la grandezza del fenomeno che stiamo trattando: l'ultimo rapporto delle Nazioni Unite ha calcolato che nel mondo ci vorranno ancora 257 anni per colmare il divario di genere e ottenere l'uguaglianza economica, se non vengono inserite specifiche misure. Quindi iniziative di vario genere secondo me sono sempre benvenute. 

Anche in Italia, recentemente si è riaperto il dibattito pubblico della legge relativa alle quote di genere nei Consigli d’Amministrazione delle aziende quotate in borsa. Secondo Lei, queste quote “fanno bene” all’economia? Perché? 

Secondo me sì. Garantire la presenza femminile in un gruppo di lavoro significa fornire una ricchezza diversa, con strutture, visioni, idee e competenze differenti che vanno a vantaggio del risultato. La presenza delle donne nei Consigli di Amministrazione, inoltre, contribuisce a riequilibrare i ruoli di potere, quindi è molto importante.

Ultimamente è stato pubblicato “Ricerca femminile plurale”, il primo rapporto del gruppo Osservatorio su Genere e Talenti (GETA) del CNR che con questo lavoro intende presentare una raccolta e un'analisi dei dati relativi alla presenza femminile nelle carriere di ricerca. Cosa ne è emerso? 

Ricerca femminile plurale” è un lavoro composito, che mi auguro possa esser letto da molti, gratuitamente scaricabile dal sito dell'editoria del CNR. Da questo rapporto ne è emerso che la presenza femminile nella formazione terziaria e nella fascia universitaria ha mostrato un deciso miglioramento in tutti i paesi dell'Unione Europea; in Italia si è raggiunta una sostanziale parità di accesso e di uscita dai percorsi universitari tra uomini e donne. Nei percorsi di carriera, purtroppo, permangono invece delle disparità e il bilanciamento sul genere nelle carriere accademiche ancora non è stato raggiunto soprattutto per certe discipline e sempre nei ruoli apicali. C’è da dire che ci sono dei miglioramenti, si va verso un riequilibrio ma il raggiungimento dello stesso è ancora lontano, soprattutto per quanto riguarda le posizioni di vertice. Anche per quello che riguarda i settori scientifici, si mantiene questa disparità tra discipline socio umanistiche a discapito di quelle cosiddette scientifiche e anche nei livelli di carriera le promozioni delle donne sono inferiori nell'ambito delle discipline scientifiche. Questo accade Italia ma anche in altri paesi europei. Per il CNR abbiamo condotto un’analisi specifica sull’ente e i dati sono molto incoraggianti: la presenza femminile è piuttosto consistente nel settore delle scienze biologiche e nelle scienze bio-agro-alimentari. Una rassegna delle esperienze dei principali enti pubblici di ricerca europei sull’ eguaglianza di genere ha fatto emergere un quadro in cui molte realtà hanno implementato un bilancio di genere e hanno promosso misure specifiche quali i gender equality plan. In questo ambito l'Unione Europea si è spesa moltissimo con direttive dedicate e finanziando specifici progetti. Questi sforzi in qualche modo sono stati recepiti e questo è un indicatore positivo.

Quali sono, secondo Lei, le principali azioni da mettere in campo per il raggiungimento dell’eguaglianza di genere? 

Fortunatamente le grandi organizzazioni nazionali e internazionali si stanno muovendo in questa direzione, ricordiamo che l’obiettivo n°5 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile dell'agenda 2030 è proprio quello del raggiungimento della parità di genere. Anche l'Unione Europea con i suoi progetti di ricerca e le sue raccomandazioni così come l'Unesco hanno messo in campo una serie di linee guida e indicazioni anche molto pratiche per sostenere la parità di genere e per promuovere la partecipazione delle donne. Uno strumento come il bilancio di genere, per esempio, è essenziale, è propedeutico alle iniziative del piano di uguaglianza e permette la messa in atto di diverse azioni. Tra le iniziative che possono essere messe in campo cito quelle delle cattedre dedicate, presenti all’estero, e la presenza di percorsi protetti. Una grande istituzione come il Cern di Ginevra, per esempio è molto sensibile alle questioni di genere: lì la diversità è definita come un catalizzatore dell’attività scientifica, viene tutelata attraverso l’apprezzamento delle differenze e la promozione della collaborazione. Iniziative di questo genere potrebbero essere applicate anche al nostro contesto.

Per concludere, quale può essere un messaggio da trasmettere alle ragazze di oggi e alle scienziate di domani?

Il messaggio che vorrei trasmettere alle ragazze è quello di seguire i propri desideri, il proprio talento, senza lasciarsi condizionare da influssi esterni. Se siete ben certe del percorso che avete scelto non pensate che non ce la farete, ce la potete fare benissimo! Per le ricercatrici e per le ragazze all'inizio della loro carriera di scienziate consiglierei due cose principali per raggiungere i propri obiettivi di ricerca e di crescita personale: oltre ad essere tenaci, aprire le porte dei contenuti e poi arricchire il proprio spazio intellettuale superando i confini geografici con collaborazioni internazionali e altre esperienze all'estero che vanno fatte e cercate. Aprire i contenuti vuol dire, oltre che dedicarsi ovviamente allo studio del proprio ambito lavorativo disciplinare, cercare anche il più possibile anche una commissione di percorsi senza fossilizzarsi su un ristretto campo di azione aprendosi anche a studi nuovi, laterali e collaterali, con la consapevolezza che l’arricchimento intellettuale derivante da questa commissione diventa un ingrediente necessario per una ricerca di qualità.